di Chiara Aiola, Project Manager e Software Engineer specializzata nella progettazione e sviluppo di piattaforme digitali per le Digital Humanities.
Net7 e MURUCA: costruire piattaforme digitali per la ricerca umanistica
L’immagine che mi viene in mente è sempre la stessa: persone con le mani cariche di faldoni pieni di ogni tipo di materiale, manoscritti, immagini, libri, fogli sparsi, che mi chiedono: “Cosa ne facciamo?”
In realtà i gruppi di ricerca che si rivolgono a noi conoscono bene gli obiettivi del loro lavoro. Quello che spesso manca è il linguaggio tecnico per tradurre le loro esigenze in requisiti per un software.
Ed è qui che arrivo io, Chiara. E arrivo da lontano, ovvero da uno dei primi corsi di laurea in Informatica Umanistica, proprio a Pisa, dove adesso lavoro.
Non chiedetemi cosa sono le Digital Humanities!
La risposta a questa domanda è essa stessa oggetto di studio. Parafrasando Wikipedia, l’informatica umanistica (o digital humanities) è un campo di studi che applica strumenti informatici e multimediali alle discipline umanistiche, occupandosi in particolare di come rappresentare i dati, come formalizzare le fasi della ricerca e come diffondere i risultati (da https://it.wikipedia.org/wiki/Informatica_umanistica, perché la prima cosa che ho imparato è citare sempre le fonti).
Oggi il mio lavoro è realizzare piattaforme che permettano di organizzare un archivio digitale di materiale eterogeneo, ma che ha quasi sempre un corrispettivo “materiale”: un manoscritto conservato in una biblioteca in Francia, per esempio, repertori bibliografici, foto, epigrafi. Si tratta poi di mettere in relazione questi oggetti tra loro, consentire di svolgere ricerche sempre più complesse e, infine, di produrre nuovi contenuti.
Qual è la particolarità di questi progetti? Perché serve una figura specifica?
Come ogni ambito di studi, anche quello umanistico ha un proprio linguaggio specifico, spesso percepito come lontano e oscuro da chi ha una formazione prettamente scientifica. Termini come “computo metrico”, “collazione” o “codice” (che per un filologo è un manoscritto, non una riga di Python) suscitano a primo impatto diffidenza e confusione nella testa di un informatico, e nemmeno un approfondimento basta talvolta a chiarire i dubbi.
Il mio lavoro è proprio tradurre da una “lingua” all’altra: il committente si sente accompagnato nella progettazione della propria applicazione, e gli sviluppatori sanno con esattezza quale sia l’esigenza specifica.
Anche le Digital Humanities, poi, hanno software, protocolli e standard specifici per la propria disciplina. Conoscerli e saperli integrare è parte del mio lavoro.
Il valore aggiunto di Net7
Net7 gestisce progetti con università e centri di ricerca da più di 20 anni, ma nel tempo la sua esperienza si è allargata anche ad altri settori. Questo le permette di portare nei progetti di Digital Humanities competenze maturate altrove, come la data visualization, la progettazione di interfacce e, più recentemente, l’intelligenza artificiale.
Alcuni dei progetti più interessanti a cui ho lavorato
Petrarca Online, il progetto pilota della mia esperienza nel settore: il portale monografico dedicato al poeta medievale.

Nell’ambito della letteratura cavalleresca, tutte le piattaforme dei progetti Mapping Chivalry e TeSpa – El teatro español (1570 – 1700) y Europa: per entrambi abbiamo realizzato database bibliografici ed edizioni digitali con immagine e testo affiancati, oltre a strumenti di indagine e ricerca dei motivi cavallereschi nelle opere spagnole basati su analisi NLP del corpus.

Con Serica, poi, ci siamo aperti allo studio del rapporto tra Europa e Oriente, ma non è stato l’unico progetto lungo le vie della seta.
Infine ci sono i cantieri aperti: un ambizioso progetto sulla digitalizzazione del corpus slavo di Massimo il Greco e il database dei graffiti medievali, che un gruppo di studiosi vincitori di un progetto ERC sta censendo in tutta Italia.
Ma ogni volta si riparte da capo?
No, e qui sta la vera innovazione. Negli ultimi anni abbiamo lavorato per mettere a fattore comune gli elementi dei vari progetti, e così è nata MURUCA, il framework sviluppato da Net7 per le Digital Humanities. Questo strumento estremamente versatile ci permette di gestire progetti diversi per tematiche ma simili per architettura, ottimizzare il codice e tenerlo sempre aggiornato.
In fondo il mio lavoro è questo: decifrare un codice per scriverne un altro.